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Gio, Mag
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GIUSEPPE NATUZZI (Santeramo in Colle, Bari)

Autori Italiani
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La sua avventura nella scrittura nasce circa 15 anni fa, quando Giuseppe essendo scarso di studi, decide di rafforzare il suo bagaglio culturale. Inizia a frequentare diversi corsi serali come filosofia, italiano, teatro, canto, scrittura creativa, giornalismo, letteratura ed altro.

Poi viene a conoscenza dell’Università della Terza Età, dove si iscrive frequentando i medesimi corsi. Dopo alcuni anni di frequenza Giuseppe scopre di avere una virtù nascosta che mai prima d’ora sapeva di possedere, quella di comporre versi. Inizia a produrre le prime poesie, che strada facendo migliorano sempre di più.
Con le sue opere che ormai sono cresciute: comincia partecipando a diversi concorsi letterari, portandosi a casa menzioni e vari premi editoriali.
Nel 2020 pubblica una silloge con poeti misti, con l’editore “scritto.io 3°raccolta” ma il suo sogno si realizza nel 2021, pubblicando un’altra raccolta di poesie tutte sue, intitolata: “Viaggio in versi” con l’editore BookSprint.

 

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MI MANCANO

Mi mancano i giorni
della mia fanciullezza,
quando con fantasia
s’inventavano giochi.

Pure un tozzo di pane
era una prelibatezza,
visto che in tante case
mancava anche quello.

Ricordo anche il tempo
che mio padre comprò,
il primo televisore
dal rumore infernale.

Tutto il vicinato
si recava di sera,
a guardar carosello
ed alcuni spettacoli.

Ricordo pure d’inverno
tutt’intorno al braciere,
coi miei nonni al timone
a raccontarci storielle.

Ora tutto è cambiato
col novello che segue,
pare proprio che oggi
non ci manca più nulla.

Ed è proprio l’evolversi
che ci fa perdere il gusto,
al proseguir della strada
per viaggiare nel giusto.

Chi viene in dovizia
non può mai capire,
quali pesci pigliare
durante la sua fase.

Solo chi ha sofferto
può dare un giudizio,
alle genti che vanno
nel corso degli anni.

Mi manca l’aria pura
che allora respiravo,
e i profumi d’estate
della briosa natura.

Anche il sole ora sbuffa
dai suoi raggi scorretti,
su una terra moribonda
devastata dagli umani.

Non è più gentile il tempo
mentre arranco alla salita,
su un terreno deturpato
dall’infame inquinamento.

A che servirà la crescita
se ci manca l’essenziale,
l’acqua sana e l’aria pura
e le vivande per nutrirci…

Più non conterà l’eccesso
se scarseggia il sostanziale,
or capisco ancor più chiaro
che mi mancano quei giorni.

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QUANTO TEMPO ANCORA

Per quanto tempo ancora
vedrò tanta transumanza,
finché il tenebro scenderà
ad oscurare la mia strada.

Starò intento ad aspettare
come un bimbo pena nato,
che cerca la sua mamma
per erigerlo a stare in vita.

Il mio sarà al contrario
di quel bambino acerbo,
con un percorso a breve
che segnala il capolinea.

Per quanto tempo ancora
scaverai nel mio effimero,
per poi ammonticchiarle
a una mente martoriata.

Ti sei portato in fretta
la mia piena giovinezza,
e comincio ad arrancare
sul sentiero del martirio.

Per quanto tempo ancora
vedrò solchi sul mio volto,
che come fiumi in piena
si propagano sulle carni.

Comunque mi contento
ad aver vissuto a lungo,
visto che altri miei simili
son salpati molto presto.

Per quanto tempo ancora
vedrò il sole tramontare,
e poi le stelle ridestarsi
nell’infinito firmamento.

È tutto un susseguirsi
la sorte di ogni uomo
di spavento e di delizie
durante il suo travaglio.

Siam tutti destinati
sorvegliati dal tempo,
a lasciar la madre terra
che un giorno ci accolse.


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VENTICINQUE APRILE

Il venticinque aprile
una data importante,
che dipinse la storia
degli anni d’infamia.

Era giunto quel giorno
già di primo mattino,
le bandiere tricolore
svettavano al vento.

era stato braccato
l’infame nazismo,
che aveva falciato
tanti figli di madri.

Chi cantava di gioia
con le ossa schernite,
alti invece esitavano
i loro figli arrivare.

Ma era solo illusione
come il prestigiatore,
si rimaneva a sperare
fino all’ultimo alito.

Quel dolore restava
alle povere famiglie,
senza mai rivederli
col pianto nel cuore.

Erano stati atterrati
da schiere nemiche,
in un luogo lontano
che nessuno sapeva.

Restava solo di loro:
una foto in ricordo,
sistemata in vetrina
di quegli anni veraci.

Fin quando un giorno
si son pur loro estinti,
e finalmente finiva
il pensiero di attesa.

Or, settantasei anni
son trascorsi d’allora,
e si porta in memoria
il venticinque d’aprile.