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IRIS VIGNOLA (La Spezia)

Autori Italiani
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Bio-Bibliografia

La scrittrice, poetessa e sceneggiatrice, Iris Vignola, è nata a La Spezia dove vive tuttora.
L'ultima edizione di “Nel fantastico mondo delle fiabe – Into the fantastic world of the fairy tales", che ha ottenuto svariati riconoscimenti, è realizzata con un lato in lingua italiana e l’altro in lingua inglese.
La sua prima opera poetica “A mia madre” è inserita nell'antologia “Poesie per una mamma”.
I suoi quattro libri di poesia sono: “Non sogno e non realtà” - “Unico Amore” (scritto a quattro mani con il poeta Horion Enky) - “Dinanzi a me, c'è solo il mondo” - "Mi voltai... e vidi quel fiore".
Una sua silloge poetica fa parte dell'antologia "Alisei - Poeti del Nuovo Millennio a confronto".
"Streghe, folletti e fate, filastrocche magiche e favole incantate" e “Filastrocche magiche e favole incantate sono altri due libri per bambini, entrambi in collaborazione con il succitato autore.
In relazione alla sua Trilogia fantasy La Stirpe di Luce - Dynasty of Light, il primo volume “La Scelta di Asaliah, vincitore di un Quarto Premio a Sarzana (Sp) e di un Primo premio a Tivoli (Roma), è stato pubblicato nelle versioni italiana e inglese “Asaliah's choice”.
Del secondo “Le Origini”, vincitore di un Secondo Premio a Roma, è stata pubblicata la versione inglese “The Origins”.
Molteplici sue liriche e racconti si trovano in antologie di vari poeti, anche a scopo benefico.

 

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TEMPIO D'ORACOLO

Spore di secondi, di minuti e d'ore,
perpetuan il divenir di giorni, di mesi e d'anni,
in un preludio di verdi colori
- frasche di speranza nasciture -
Campi Elisi verdeggianti,
eternamente da Zefiro carezzati.

Oh, Speme d'Albore,
che tu possa squarciar l'ombra del buio,
nell'avvento d'ogni nuovo giorno;
sgravar costei dal giogo infame
d'obbrobriose colpe d'avvenire,
vestendoti e riflettendo fanciullesca condizione.

Vergin Sibilla,
ch'atteggi, di profetica virtù, parola,
inversamente all'immutabile propender tuo oscuro
- palese parvenza –
indossando sol vesti di savia coscienza,
sii alla magione la beneamata benvenuta.

Seppur fosti fonte d'ambigue predizioni
pel dedalo d'accadimenti,
oh, Tempio d'Oracolo,
nel ricoprir tue chiome di chiaror di luna,
ometti di svelar l'inenarrabile responso
e, viceversa, fa sì d'esser benevola ispirata.

Nella freschezza di note musicali,
di risa gaudenti e di schiamazzi infantili,
altresì di fredde acque cristalline,
scroscianti da rupi scoscese e da rocciosi anfratti
- rupestre paesaggio all'Eden riportante –
nel coltivar l'epilogo fruttuoso, che non sia chimera,
lusingo me stessa.

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OH, DISDEGNATA LUNA...

"E quindi uscimmo a riveder le stelle".

Siffatt'a speranza, luc'e redenzione,
locuzione riferita,
su Commedia vergò,
'l Sommo,
pell'acclarata, dall'Inferno, dipartita.
Probabil dianzi azione mormorat'a
Virgilio, Guida e Maestro, a Profet'additato...
oppur l'inverso.

Stelle - speme simboleggiata -
dal Divin Poeta desiate...
cercate...
Ma non la luna...

Oh, disdegnata luna...
che, col sol imboscata, finanche amoreggi,
visibilmente impallidita
- sul gi'astante pallore,
quasi a mostrar grigiore -
espressione stupefatt'avrai atteggiata...
Lapalissian'avversione, ma'innanzi avvertita.

Oh, radicata luna...
pressoché al contesto rinnegata
- in un'ellisse in sempitern'obbligata,
riverberando apportata luminosità -
se non di falsità, malignità,
di siffatta omission cessa di crucciarti,
dal manifestar rabbia testé desisti.

Oh, mutante luna...
nella tua quintessenza talvolta sanguigna,
- mitologica greca Selene -
rabbia, frena e
viceversa immett'in te stessa
saggezza.

Nel variar d'apparire
- sovente incoerente sfaccettata personificazione -
t'invoco, prostrata...
Sii, di buone nuove, fautrice incontrastata...
Represse paure, da psiche, per grazia, rimuovi...
Sul nascer, ti prego, annient'aberrant'infondati timori.

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ATAVICO AMPLESSO, NELL'EDEN SÌ PERDUTO

Dall’alito sorgivo,
nasceva Adamo, su terra consacrata;
dalla sua costola predetta,
s’innalzò Eva, appariscente, immacolata bellezza.

Tra i lillà, soggiacevan alla vita;
prorompenti e innocenti, le lor caste nudità.
Compagni d’avventura... o di sventura,
per l’arbitrio di chi non avea pari alcuno.

Silenzio in scaglie,
negli anfratti del seno prescelto,
fra costante rumor di fauna sibillina
e flora abbarbicata, ch’odorava persino nei colori.

Acqua adamantina, di purezza straripante.
Quasi giardin del cielo,
quell’Eden acquisito e primordiale;
singolare riflesso d’eccelso Paradiso.

Tra fronde verdeggianti e frutti sconosciuti,
avean casa viscide serpi velenose.

Fra cosce candide di donna, divenute esasperate,
strisciava, il vile ingannatore,
scatenando qualcosa d’inconsueto,
oltre alla percezione del pudore.

Di sangue, s'infradiciaron le di lei gambe.

D’istinti d’altra specie, esagitò Eva, ch’ignuda si sentì,
fin a coprirsi con la foglia d’un tenero virgulto.
Negata, quella mela che porse al prediletto Adamo,
che la seguì, privo d’obiezione.

Tremolii, su primitive labbra consenzienti,
dischiuse,
nello sfiorar d'un cristallino bacio,
seppur prologo d'ulteriori eccessi fattisi irruenti.

Tra oleandri e rampicanti,
betulle e piante sempreverdi,
gli olezzi dei roseti
inebriavano l'olfatto.

Parossismi equipollenti, nei lor sensi ossessionati;
sguardi impertinenti
supplicavan il coraggio,
per quegl'istinti di cui non erano coscienti.

Coperti dal primigenio cielo,
vermiglio, nei riflessi conturbanti ceduti al mare,
nel suo ospitar il sole e i suoi colori rosseggianti,
nell'imbrunire, sì posto a ventaglio,
il femminile corpo seducente e nudo.

E nell'atavico amplesso sconsacrante,
dacché non eran sposi consacrati,
godeva, il serpente, nella sua spira avviluppato,
nel mentre ch'il sole perdeva i suoi appigli,
calandosi nell'acque divenute turbolente.

Ma s’oscuraron cirri, su di loro,
forgiando nubi di carbone;
si coprì il cielo, delle tinte della rabbia e d’impotenza,
scatenatesi all’indegno tradimento.

Poi giunse il tuono, nell'ira del Creatore palesato,
lor Dio Padre, che li additò a spergiuri e stolti peccatori,
sancendo pene gravi e pianti disperati,
per l'avventata Eva e il suo compagno Adamo.

Nel sospiro, che dal petto s’immolava,
s’arrancava il pentimento,
valicando il confine di tal Eden
sì perduto e benedetto.

D’uno sguardo dissonante,
si vestiron i lor occhi già cacciati e maledetti;
artefatte, la bellezza e la purezza,
ai compagni di condanna e di dolore...

Stranieri a quel giardino,
nel lor errar nel mondo ignoto,
alfin conobbero le vesti.