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VALERIO DI PAOLO (Scafa, Pescara)

Autori Italiani
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Brevi note biografiche

Di Paolo Valerio è nato a Scafa (17 Ottobre 1953), un piccolo paese industriale in provincia di Pescara, da madre casalinga e padre operaio. Laureato in psicologia nel 1984 ha lavorato per 36 anni nel settore dei servizi rivolti a persone diversamente abili e ad ex degenti psichiatrici. Il suo incontro con la poesia è stato pressoché fortuito poiché nella consultazione di internet, per motivi di lavoro, si è imbattuto nel bando di un concorso letterario: ha inviato una composizione scritta tempo prima per la moglie, senza attendersi assolutamente nulla. L’essere incluso tra i finalisti gli ha fornito la “carica” per continuare quel percorso e da allora non ha più smesso, ottenendo tanti riconoscimenti di varia entità, tra cui 25 primi premi. Non scrive molto perché ritiene importante dedicare tempo alla lettura delle opere altrui nonché allo studio dei testi poetici. In quest'ultimo anno, grazie alla formazione acquisita come autodidatta, è stato giurato in tre concorsi letterari.

 

~~~~~~~~~~ 

23 APRILE 2018 (A EMANUELA)

Oggi i ricordi cadono
senza trovare il fondo del pozzo.
Lo troveranno domani nei nostri risvegli,
in tutti i silenzi di una casa ormai vuota.
Quando toccheranno il fondo faranno rumore,
il rumore del tuo ultimo giorno.
Tutti gli altri futuri resteranno per sempre in giacenza
nel bagagliaio di questa nostra stazione.

Scriveremo mille lettere allo stesso indirizzo
con francobolli bagnati di baci.
Quando le labbra saranno piene di colla
sapremo cos’è un ultimo bacio,
sapremo cos’è un vero silenzio:
ci diranno che i ricordi non sono ritorni.

Ma noi ogni giorno poggeremo le orecchie
a questa nostra conchiglia ormai vuota
che sola, ci potrà raccontare
delle perle passate.

Dovremo imparare la pazienza dalle gocce di pioggia.
Dalle gocce di cera, il futuro dei nostri silenzi.
Toglieremo le scarpe
per attraversare mille e mille campi di stoppie:
ognuno stringerà tra le braccia la sua solitudine.

Quando saremo alla fine dell’ultimo campo,
avremo i piedi feriti ma coglieremo papaveri rossi;
allora, voltandoci indietro
vedremo come è bella la terra
e guardando che nel cielo c’è ancora l’azzurro
sentiremo risalire dal fondo del pozzo
un sorriso, come se tu fossi ancora la vita.

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A MIA MADRE

Ora te ne stai lì, con un chiodo fitto nell’assenza.
Sorda, ali dolenti in grembo e gli occhi altrove.
Brancoli a volte come una rondine stordita
cercando in terra un cielo che non c’è.
Rimani lì, nella stazione di ogni giorno …
passano i tuoi sogni e mai nessuno scende.
Solo, sulla banchina opposta, un uomo senza volto
ti rammenta il peso delle ombre.

Ma io ti vedo ancora
dalle finestre spalancate al giorno guardarmi ridente in viso
come solo fanno i girasoli,
e nemmeno nei giorni bui dalle finestre chiuse
hai messo misura alle tue ali.
Ti ricordo regina con canovaccio e conca
guardare solo avanti
mentre piccoli paggi reggevano impazienti
lo strascico di una vestaglietta sdrucita
ma di colori piena.
I sogni della farina cullavi nelle mani
e nei risvegli il pane era pane e il giorno, un giorno
… e quelle infinite estati che celavano sorrisi
nelle fette fresche di un cocomero tagliato …
Ora vorresti solo che dall’ultimo tuo sogno,
impolverate, nell’azzurro di una vecchia tuta,
scendessero leggere le sue mani
a farsi focolare delle tue
narrandoti di nuovo la bella fiaba che sei stata.
Forse il tempo per raccontarla sarà poco,
un infinito non basterà, ne serviranno due.

Quando infine indosserai le scarpe nuove,
quelle con cui nessuno torna,
io terrò in tasca il filo reciso a un aquilone
e avrò negli occhi amati
i colori antichi di una rondine volata.

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NON DIMENTICARE (A MIA MOGLIE)

Non dimenticare la sua bocca,
baciala mentre sorride un po’ distratta
poi, aspetta tutto il silenzio di un filo di miele
fino a quando rimarrà una goccia.

Lasciala sospesa in quell’istante
e in quella luce d’ambra toglile il pudore,
prendila come una bambola di pezza
falle dimenticare le vie dei ritorni.

Non farla rientrare in casa,
cercherà solo un orologio da legare ai polsi.
Non tenerla nei finali,
non dirle parole vuote come i sempre o i mai.
Falle dimenticare gli amori per le porte chiuse.
Usa solo parole urgenti come adesso e subito.
Amala sempre e solo fino ad ora o a domani.

Fa’ che venga da te scalza, in punta di piedi
all’altezza di una goccia di miele o di un bacio.
Sarà allora difficile slacciare i bottoni a un batticuore,
ti scotterai le dita quando la sbuccerai.

Baciala ad occhi chiusi mentre si sporge
da un balcone pieno di gerani rossi,
senza mani.
Sarà bella mentre strariperà di non visti.
Trattieni un tuo sospiro clandestino
quando dormirà col viso sul cuscino.

Tienile la mano quando sarete
sulla pagina quarta di copertina.
Tu fa’ solo che lei ti corra sempre incontro
con la sua lumaca affannata
che corre, corre e non arriva mai …
mai.

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SARAI MADRE 

… entrerai in quella stanza senza porte.

Mescolerai i colori sull’ultimo tuo foglio bianco;

il nido aspetterà nella tua tasca

insieme alle domande.

Si fletteranno i giunchi e ti farai di vento e pioggia

tutto ti apparirà come uno specchio che si rompe.

Unica bussola resterà il tuo cuore:

lo smarrirai nell’urlo.

Lo ritroverai sulle mani tese con un tremore d’ago:

poi si farà silenzio.

 

Tutto di te combacerà con le sue piogge,

le gocce si faranno stelle nel grembo di quel cielo,

vedrai soltanto la preghiera delle sue piccole dita

e saprai che alla fine delle sue manine

inizierà di nuovo il mondo.

 

Nell’azzurro ci sarà il volo di un gabbiano solo

e l’eco di un garrito che si spegne.

Allora il tuo respiro soffierà su quella vela bianca

che ti verrà incontro come un aquilone

con un filo troppo corto.

Una lacrima ti coprirà il sorriso.

 

Avrai la bocca colma di parole,

si fermeranno tutte sull’orlo delle labbra

e tu resterai a dondolarti in quella che, sola, ti dirà

senza ascoltarsi: sei diventata “madre”.

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DOPO L'AMORE 

 

Eri piena di spigoli vivi

ma non ti ho mai urtata

nemmeno quando ti cercavo al buio.

 

Eri bella, smemorata di te,

quando ti sfogliavo

cercando le sillabe di nuove poesie.

Le trovavo sempre tra i “sì” e i “no”.

 

Con il tempo imparai a memoria tutte le tue poesie,

anche quelle che non avevamo scritto.

Lasciammo in bianco pochi giorni.

Con i fogli rimasti vuoti

facemmo aerei di carta

per volare almeno fino al domani.

Ma poi c’è sempre un ultimo giorno

e un ultimo foglio che non riesce a volare.

Cercammo il lato giusto di un abbraccio

prima di lasciarci,

ma le calamite rotte

si cercano solo dal lato sbagliato.

Ti cercai anche nelle principesse sbagliate,

ma erano corpi a perdere e senza spigoli.

 

Ora sono rimasto nel circo vuoto della vita

col viso dipinto da clown.

Ho un sorriso stampato sulla faccia

e una lacrima nera sulla guancia che si allunga,

si allunga e diventa una strada

asfaltata e vuota.

 

Poi cado, cado nei sogni senza risvegli

come se fossi una pioggia di novembre.

Negli occhi ho il riflesso di un trapezio

che dondola vuoto sotto la volta del cielo

mentre io con le mani aperte aspetto le tue

e guardo la linea della vita:

cade, cade come una pioggia di novembre

senza il ritorno delle tue mani nelle mie.

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CIAO ANNA (30 settembre 2018)

 

Oggi lasceremo le porte aperte

faremo entrare la pioggia e il vento.

Lasceremo entrare anche il silenzio

tutto il silenzio che vorrà entrare

ti dirà tutto quel che non ti abbiamo mai detto,

tutto quello che non potrai mai ascoltare.

 

Oggi abbiamo le braccia troppo corte per arrivare dove sei.

Allora scrivici tu lettere di ricordi

lasciale dove vuoi:

sotto la porta, nella cassetta delle lettere

sotto il cuscino, vicino ad un fazzoletto.

Non dimenticare mai quando davamo del tu ai nostri sogni.

Lasciaci le tue scarpe rotte

cammineranno con i nostri piedi

anche se oggi non c’è una strada e le bandiere sono bagnate.

Aiutaci a tenere il tuo nome in maiuscolo

anche se oggi è solo un urlo taciuto nella gola.

 

Sappiamo che questo silenzio è senza uscita

le bandiere rosse non sventolano

e non ci sono chiavi per tornare sulle nostre piazze.

In questo vuoto sappiamo solo stare qui in piedi

a leggere le nostre letterine di Natale.

 

Oggi questo fazzoletto di terra

è calvo d’erba, ricorda un sogno troppo corto.

La piazza è vuota e i pochi passi sono andati via

ma tu semina ancora i nostri papaveri

aspetteremo la prossima primavera

sotto questa grondaia che gocciolerà ancora,

aspetteremo senza tirare su col naso

e tu bella … ciao.